Rivista letteraria dell'Associazione Culturale "Prospettive" Reggio Calabria

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“Il Cacciatore di Aquiloni”: una storia drammatica nell’inferno della guerra
DAL RIMORSO AL RISCATTO

a cura di Erregì

Khaled Hosseini, autore del romanzo“Il cacciatore di Aquiloni”,da cui è tratto il film omonimo

La guerra in Afghanistan è sullo sfondo, come sul palcoscenico di un teatro che espone gigantografie “a tema”. Ma la vicenda più avvincente riguarda la storia dei sentimenti: amicizia, paura, rabbia, dolore, condizionamenti, cattiveria, rimorso e riscatto, in un mondo difficile in cui i ragazzini diventano adulti sperimentando la guerra. Nel romanzo “Il cacciatore di aquiloni” Amir e Hassan, due amici di etnia diversa, crescono insieme, fianco a fianco, in una ricca casa di Kabul: Hassan, figlio di un servo, non sa leggere, ma è forte, un amico fedele, imbattibile nella caccia agli aquiloni, uno sport che a Kabul accende gli entusiasmi dei ragazzi e degli adulti. Un’amicizia coltivata fianco a fianco, da due ragazzi totalmente diversi: una totale dedizione quella di Hassan, un incoerente e ombroso comportamento quello di Amir, figlio di Baba, ricco uomo d’affari. Il ragazzo non riesce a perdonarsi di avere causato, nascendo, la morte di sua madre. Amir con un stratagemma, si libera dei due servi, verso i quali nutre sentimenti oscuri, subliminali, di intolleranza e di rancore. Solo dopo una fuga precipitosa dal suo Paese, devastato da un conflitto durissimo, e una nuova vita in California, il protagonista saprà che Hassan, ucciso nelle violenze della guerra, era nato da una relazione di suo padre con un’altra donna. Adesso c’era un orfano, Sohrab, che aveva bisogno di lui. Rakim Kahn, vecchio amico della famiglia, telefona ad Amir dal Pakistan. La frase che pronuncia è un ammonimento, ma è anche, larvatamente, un rimprovero. Causato dalla consapevolezza di segreti che per lui, Rakim, segreti non erano.“Esiste un modo per tornare ad essere buoni”. Tutta la seconda parte del romanzo non è che la storia avventurosa di un drammatico “ritorno” del protagonista, Amir, nell’Afghanistan devastato dalla guerra. Sarà l’occasione di un riscatto morale, che cancellerà per sempre sentimenti di rivalità, di cattiveria, di ingiustizia, di rancore, nell’età di un’innocenza mancata. Non sarà facile per Amir rintracciare il bambino. Il viaggio del ripensamento e dei rimorsi sarà un percorso di purificazione, difficile e pericoloso, ma non impossibile, per un giovane uomo ormai maturo, e pronto a tutto per assumersi le proprie responsabilità e riscattare le sue colpe.

“Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente…
Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.” (op. cit, pag 7)

“Le sparatorie e le esplosioni erano durate meno di un’ora ma ci avevano spaventati a morte, perché nessuno di noi aveva mai sentito niente di simile.[... ] Era l’inizio della fine.
Quella ufficiale sarebbe arrivata nell’aprile 1978, con il colpo di stato comunista, e poi nel dicembre 1979, quando i carri armati russi avrebbero invaso le strade, decretando la morte dell’Afghanistan che avevamo conosciuto.(pagine 41,42, op. cit.)
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“La caccia all’aquilone era qualcosa di selvaggio... Come quei pazzi che a Pamplona fuggono inseguiti dai tori… Quando il filo dell’ultimo aquilone veniva tagliato scoppiava il pandemonio… Il premio più ambito era l’ultimo aquilone che cadeva… (pag 57).
“Hassan non sapeva leggere l’alfabeto, ma sapeva leggere dentro di me…(pag 68) “Scappai perché ero un vigliacco. Avevo paura di Assef e del male che mi avrebbe fatto” (pag 84) “Se fossi stato il protagonista di un film che Hassan e io amavamo, a quel punto sarei uscito correndo a piedi nudi nella pioggia torrenziale e avrei inseguito la macchina perché si fermasse… Ma non ci trovavamo in un film indiano. Non piansi e non inseguii la macchina… Rimasi a guardare la Mustang di Baba sparire dietro la curva” (pag 119).
“Dopo tutti quegli anni ero di nuovo a casa, nella terra dei miei antenati. Mi sedetti contro un muro della casa. Nel paese in cui vivevo adesso, la mia terra sembrava appartenere a un’altra galassia. Pensavo di averla dimenticata, ma non era così.
E nel chiarore biancastro della luna sentivo sotto i miei piedi la voce dell’Afghanistan” (pag 253)

(dal romanzo “IL cacciatore di aquiloni”Edizioni Piemme, 2004 www.edizpiemme.it)

Mantenere un segreto per tutta la vita. È giusto tacere?
IL SILENZIO È UN FURTO DI VERITA’

di Erregì

Un film realizzato su due piani in cui si intersecano passato e presente. Anche la vita umana si dipana su questi stessi fili. Il film è quasi sempre fedele alla narrazione semplice e chiara di Khaled Hosseini: nell’ultima parte, alcuni eventi traumatici narrati con dovizia di particolari nel romanzo, e non influenti nello sviluppo dei fatti, (il piccolo Sohrab non riesce a ritrovare l’uso della parola per le violenze subìte) vengono deliberatamente trascurati nella versione cinematografica. È evidente che si tratta di una scelta utile a snellire la storia, e a non appesantire la riduzione filmica del romanzo. Inizialmente, i colori, l’ambiente, i costumi di una terra lontana da noi, diffondono messaggi subliminali su un mondo diverso ma ugualmente affascinante, dove, pur non essendo rispettato il concetto di uguaglianza, molti uomini sono legati dagli stessi riti e dalle stesse tradizioni. Le immagini che scorrono, inizialmente, nel film, sono un tripudio di colori e di suoni. La seconda parte rappresenta, con immagini talvolta crude, la bellezza di paesaggi montuosi, aspri, talvolta desolati, dei quali l’uomo è tuttavia il dominatore. Dopo un’infanzia quasi felice, ma con delle zone d’ombra che lo spettatore individua immediatamente, Amir e suo padre, Baba, sono costretti a fuggire dall’Afghanistan a causa della guerra. La loro nuova vita è in California, dove Amir studia, scrive, si innamora, si sposa. Gli anni passano, il destino tesse la sua tela. Amir riceve una telefonata: “Vieni. Esiste un modo per tornare ad essere buoni” dice Rakim Khan, amico di Baba, un attimo prima di riappendere. (pag 202).Questa frase pronunciata da Rakim Khan, apre nuovi squarci nel film, con esiti insospettati.

MalalaYousafzai, Premio Nobel per la PACE 2014

L’atmosfera cambia decisamente, quando Amir incontrando in Pakistan Rakim Khan, il vecchio amico di suo padre, viene a conoscere segreti che lo sconvolgono.
Ali è morto, Hassan è stato ucciso, suo figlio, Sohrab, è in orfanotrofio.
L’atmosfera cambia nel paesaggio ma anche nell’atteggiamento del protagonista, ribellatosi violentemente al “furto di verità” che lo ha turbato, e ciò nonostante, desideroso di pagare il suo debito con Hassan e di rivedere la sua vecchia casa. Cambia anche agli occhi dello spettatore, che osserva con sorpresa e con ammirazione la bellezza aspra, imponente e solitaria di un immenso montuoso paesaggio.
Che osserva scene dolorose di guerra. Amir attraversa territori desolati, ambienti depredati e distrutti.

Concorso Grafico 2017 “Letteratura e Cinema” Elaborato diElena Balau, classe II E, sul tema “Il cacciatore di aquiloni” Liceo Artistico “Preti-Frangipane”, Reggio Calabria

Con l’autista Farid, che, imparando a conoscere il giovane naturalizzato americano, impara a capirlo e a stimarlo, va alla ricerca – e alla salvezza – del nipote Sohrab. Sfuggire ai talebani non è impossibile. Il ragazzino verrà salvato avventurosamente, e diventerà anche lui, come suo padreHassan, un cacciatore di aquiloni. Il suo futuro potrà essere felice, nonostante tutto.
Come aveva potuto mentirmi per tutti quegli anni? Mentire ad Hassan? Non era stato Baba a dirmi, guardandomi negli occhi: “C’è un solo peccato. Il furto… Se dici una bugia a qualcuno, gli rubi il diritto alla verità.”?
E ora, dopo quindici anni dalla sua morte, venivo a sapere che proprio lui era stato un ladro. E un ladro della peggiore specie, perché le cose che aveva rubato sono sacre: a me il diritto di sapere che avevo un fratello, ad Hassan l’identità e ad Ali l’onore. (…) Dopo tutto, Baba ed io eravamo più simili di quanto non avessi mai sospettato. Entrambi avevamo tradito le persone che avevano dato la vita per noi. Mi resi conto che Rakim Khan non mi aveva chiamato solo perché riparassi alle mie colpe, ma anche a quelle di Baba.

(Da “Il cacciatore di aquiloni”, pagine 236,237)

Un’immagine dal film

In un romanzo, l’attrazione “muta” tra un artista e la sua modella
Jan Vermeer, “il pittore del silenzio”

di Erregì

Una scrittrice di talento, Tracy Chevalier, si innamora di una figura rappresentata in un dipinto: il ritratto di una fanciulla dai grandi occhi scuri, i capelli nascosti da un turbante, il viso rivolto a un ipotetico osservatore.
Dal singolare innamoramento nasce un’ispirazione, sollecitata da una grande creatività.
Come il pittore “osserva” e studia il soggetto da dipingere e lo ricrea in modo del tutto personale, lo scrittore, sulla base di informazioni acquisite su eventi e contesti, penetra nel cuore delle vicende umane, in un mix di realtà e fantasia. Tracy Chevalier oggi vive a Londra. Ha frequentato dei corsi di scrittura creativa: veri e propri input utili a corroborare qualità innate. “Fanciulla con il turbante” è il titolo di un dipinto di Jan Vermeer, definito “pittore del silenzio”, un artista fiammingo del Seicento, autore di paesaggi ma anche di figure rappresentate nei vari momenti della vita quotidiana: appunto uno scorcio di quell’epoca si legge piacevolmente nel romanzo
“La ragazza con l’orecchino di perla”, di Tracy Chevalier. Grande la curiosità di chi si affaccia su ambienti, mentalità e abitudini che in parte si allontanano dal nostro modo di pensare.
Oggi siamo abituati a vivere in un mondo globalizzato dove la diversità tra gli uomini ha un significato metaforico di “ricchezza”, ma talvolta, anche di turbamento.

“Fanciulla con il turbante” di Jan Vermeer
(olio su tela,cm 46,5 x 40) - L’Aja, Mauritshuis .



Tracy Chevalier, autrice del romanzo
“La ragazza con l’orecchino di perla”

La scrittrice narra la storia intrigante del rapporto tra una giovanissima fantesca (oggi si chiamerebbe “colf”) e il pittore che, alla fine, la ritrarrà…
Una storia fatta di sguardi, di tensione emotiva, di timori, di attrazione, di silenzi. Griet è una ragazza di sedici anni (siamo nel 1664), che, a causa di un incidente sul lavoro di cui il padre è stato vittima, è costretta ad andare a servizio nella casa di un noto pittore, Jan Vermeer. I temi del romanzo sono molteplici: viene descritta la realtà del tempo e dei luoghi, la religiosità e il rispetto reciproco tra cattolici e protestanti, la particolarità degli ambienti, e sono messi in risalto paesaggio geografico, sentimenti e atteggiamenti umani: come dire, viene “raccontata” l’anima di quel mondo. La stella disegnata sulla pavimentazione della piazza principale, con le punte rivolte verso le varie direzioni, è uno strumento di orientamento per i cittadini, ma soprattutto per Griet, che, uscita dal quartiere protestante, in cui viveva con la famiglia, va a servire a poca distanza, nel “Quartiere dei Papisti”, cattolici: un particolare, questo, che provoca qualche disagio alla ragazza, poiché dalla famiglia ha ricevuto una diversa educazione religiosa. Ma la ragazza ha delle qualità “rare” per la sua età, qualità che emergono sin dalle prime pagine del romanzo Un senso spiccato del colore, assennatezza, capacità di tacere, ma anche di pronunciare le parole giuste al momento opportuno: una saggezza insolita a quell’età. Gli esterni sono descritti con dovizia di particolari: il Mercato delle Carni, le fabbriche di piastrelle, i canali attraversati dai barconi, l’abitudine di stare seduti davanti alla porta di casa, sono tutte caratteristiche di Delft, nei Paesi Bassi. Non si può certo dire che si tratti di un romanzo “storico”: ma la narrazione, collocata in un contesto che incuriosisce, rende piacevole la ricostruzione realistica e appassionante di una bella storia di persone e di ambienti. Ancora più intrigante l’attrazione muta e reciproca tra la giovane fantesca e l’artista che la ritrarrà, in un dipinto ritenuto un capolavoro.

“La ragazza con l’orecchino di perla”
Nel film, una storia di sguardi
di Erregì

Dal romanzo: “Vedo che i bianchi li hai messi distanti l’uno dall’altro” osservò indicando le rape e le cipolle.
E poi, l’arancione e il violetto non sono vicini. Perché mai?” “Quei colori fanno a pugni quando sono vicini, signore” (op. cit. pag 9) (Quando il pittore Vermeer entra in casa di Griet per conoscerla, nota subito qualcosa di strano: la ragazza, lavorando in cucina, ha abbinato, sul tavolo, i colori delle verdure.) “Mi portai al centro della piazza dove le pietre del selciato erano disposte in modo tale da formare una stella a otto punte inserite in un cerchio. Ogni punta indicava un quartiere di Delft. Io la consideravo il vero centro della città e il centro della mia stessa vita” (op. cit. pagine 16,17). “Avvertii, alle spalle, la presenza di lui, mi aveva seguito lungo tutto il corridoio. Mi volsi a guardarlo, e vidi che non gli era sfuggito il sorriso di Pieter e l’aspettativa che ne trapelava...

I suoi occhi grigi si spostarono su di me. Erano freddi. Fui assalita dalle vertigini come se mi fossi alzata di botto… Mi girai. Il sorriso di Pieter ora si era quasi spento. Si era accorto delle mie vertigini. Mi sentii intrappolata tra i due uomini, non era una sensazione piacevole. (pag.85) «…“Ti dipingerò come ti vidi la prima volta, Griet. Ma non ti dipingerò vestita da domestica.” “E come, allora, signore?” “Ti dipingerò come sei. Guarda fuori della finestra”. Cercai di acquietare tutti i miei pensieri. Diverse volte andò allo stipo per scegliere vari pennelli e colori. Seguivo i suoi movimenti… era come se fossi caduta in preda a un incantesimo. Lo guardai. Ora i suoi occhi erano con me. Stavano guardando me. (pag 184) Non gradiva che io parlassi. Dovevo solo fare quello che mi ordinava. Se parlavo, dovevo dire qualcosa che valesse la pena». (pag 185)

Scarlett Johansson in un’immagine dal film
“La ragazza con l’orecchino di perla”

Scarlett Johansson e Colin Firth
in una locandina del film

Nel film, una storia di sguardi. E di sentimenti repressi. Viene infatti accentuata, con una significativa carica di erotismo, l’attrazione reciproca tra il pittore e la ragazza: Griet è saggia, prudente, consapevole del suo ruolo nella famiglia, sa tacere.
Parlano però i suoi grandi occhi quando incontrano lo sguardo del “padrone”, quando timidamente si rivolgono altrove; quando le sue mani non riescono a sfuggire alla carezza sensuale del pittore. Ma nel momento in cui è completamente coinvolta dal contatto fisico con l’artista, lui si tira indietro.
Griet lo guarda. Nell’atelier, dove la ragazza ha imparato a mescolare i colori, i due si parlano solo quando è necessario. Ma gli sguardi reciproci sono sensuali. Griet viene considerata con gelosia e sospetto da Catharina, la moglie di Vermeer, e dall’intera famiglia. Che la fantesca venga sedotta dal padrone è un classico: nello stesso entourage del pittore è accaduto un caso simile ad un committente, anziano seduttore. Griet, però, sa difendersi. Quando Catharina vede il quadro che raffigura la fantesca, ha una crisi isterica. Griet fugge, va via per sempre.
Nel romanzo si legge che a distanza di dieci anni, la ragazza diventata ormai donna, sposata con Pieter e madre di due bambini, riceverà gli orecchini di perla per volontà testamentaria di Vermeer. L’artista scomparso da poco, ha pensato a lei.
Nella scena finale del film, una variante: Griet , tornata a casa, riceve con sorpresa un involucro: lo apre. Contiene gli orecchini di perla

Delft nei dipinti di Jan Vermeer
Figure e paesaggi nel secolo del barocco

Jan Vermeer, veduta di Delft.1660-1661.
Olio su tela,cm 98x117,5. L’Aja, Mauritshuis

"Vermeer, pittore dell’anima, del silenzio e della luce, ha saputo cogliere l’alito magico, profondo ed intimamente umano delle attività di tutti i giorni. I rapporti con vari artisti dell’epoca lo inducono ad abbandonare, a partire dal 1656, i soggetti elevati delle prime opere e ad affrontare temi più comuni, nei quali tuttavia individua una vena nuova. Nascono così capolavori memorabili, frutto di una tecnica paziente e raffinatissima, in cui i ricordi della pittura fiamminga del Quattrocento, specie nell’uso della luce e nel valore dato a ogni minimo particolare, si fondono con un aggiornato sguardo sull’arte dell’epoca. Una vita senza momenti epici: figlio di un locandiere, un’esistenza breve, una lunga serie di figli, incarichi all’interno della corporazione di pittori di Delft, brevi viaggi nei dintorni. Nessuna committenza ufficiale, rapporti solo sporadici con l’estero, pochissime date sicure per le opere, la cui cronologia è molto complessa. Vermeer non si limita alla descrizione di ciò che vede, ma cerca e trova la vita nascosta, l’anima delle cose e delle persone. Il grande e poetico maestro ferma le immagini in un silenzio sospeso, in un attimo bloccato nel fluire del tempo, in un raggio di luce che trascorre. Con una dolcezza infinita e insieme con una profondità senza precedenti, Vermeer raccoglie i fremiti nascosti di uomini e donne, cavalieri e ragazze, donne d’alto rango e semplici servette”. (1)

Studio di Delft, olio su tela, cm 53,5 x 43,5, 1658.
Riiksmuseum, Amsterdam.
(Oggi l’edificio ospita, in onore del pittore, il Centro Vermeer)

Jan Vermeer,, “La lattaia”, 1658 circa.
Olio su tela, cm 45,4 x 41.
Rijksmuseum, Amsterdam

 

(1) Jan Vermeer, Delft (1632-1675) (Da “Il Barocco: 1600-1770: L’Arte Europea da Caravaggio a Tiepolo - a cura di Francesca Castria Marchetti, Rosa Giorgi, Stefano Zuffi. Editore Mondadori, 2004, pagina 392)

Opere di CARLO FILOSA, artista prematuramente scomparso
Figure e paesaggi nel Novecento

Carlo Filosa, “Ritratto-macchina-gatto”
1983, acrilico su tela, cm 200x200

 

Carlo Filosa, “Paesaggio ligure”
1984, olio su tela, cm 100x70

Alcuni stralci dal testo: “Carlo Filosa. Colore, forma, disegno”
a cura di Francesca Pensa, aprile 1998

(Mostra a cura di Alfredo Mazzotta e Francesca Pensa Spazio HAJECH., Liceo Artistico Statale I Via Hajech, 27 – MILANO)

Una stupefacente vastità di interessi e di risultati pittorici contraddistingue l’arte di Carlo Filosa, nel suo snodarsi dagli anni Sessanta fino ad oggi. L’artista sembra aver voluto indagare molte tra le varie possibilità della pittura, sperimentando di volta in volta forme espressive diverse, tecniche e poetiche differenti. Segno, questo, di continua vitalità creativa e di costante ricerca di percorsi nuovi che hanno prodotto un notevole e significativo itinerario artistico, estremamente ricco di immagini, idee e concetti che non si ripetono mai.

Carlo Filosa, “Natura morta”
olio e acrilico su tela, cm 120x120

[…] “Il ritratto viene studiato nella sua forma “classica di rappresentazione dell’individuo, del quale, in un’ambientazione contemporanea e attuale, vengono colti in maniera sempre efficace quei caratteri fisionomici che rivelano la personalità, la psicologia e il carattere del singolo, unico e diverso dal resto della collettività. […] Nei paesaggi emergono, invece, il calore e la solarità del mondo mediterraneo, fissati in scorci di paesi, le cui terre, che spesso finiscono nel mare, sono punteggiate di minuscole case colorate. Complessivamente, l’opera di Filosa nelle sue diverse sfaccettature e nei risultati che toccano tematiche, tecniche artistiche, riferimenti culturali differenti, mostra notevolissime abilità e conoscenza delle possibilità formali, tali da permettere all’artista passaggi e soste nei vari territori dell’espressività visiva attuale. Su tutto emerge una personalità forte, che sa sfruttare la perizia tecnica per comunicare, senza timori, sentimenti diversi che spaziano dalle atmosfere incerte e solitarie di alcuni interni, all’inquietudine di personaggi che sembrano totem della contemporaneità…

La crisi di una classe sociale in un romanzo-capolavoro
“IL GATTOPARDO” E LA BEFFA DEL DESTINO

di Erregì

 

 



Giuseppe Tomasi, autore del romanzo “Il Gattopardo”
 

Ho riletto “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Per una strana associazione di idee, mi sono tornati prepotenti, alla mente, i versi di un poeta dalla vita sregolata e avventurosa, François Villon, vissuto nel quindicesimo secolo. In un suo famoso testo “Ballade des dames du temps jadis”, (Ballata delle dame del tempo passato) aveva scritto: “Mais où sont les neiges d’antan?”» “Ma dove sono le nevi di un tempo?
Villon si riferiva alla bellezza femminile, ma la metafora può risultare efficace anche se non riguarda la pelle nivea delle giovani donne, ma il succedersi delle varie epoche: dove sono finiti i grandi personaggi di un tempo?
La nostalgia per il passato trova legittimazione in coloro che sono delusi dal momento storico in cui vivono: un sentimento che non è poi così raro. Il romanzo “Il Gattopardo” probabilmente, è stato dettato da questo senso di nostalgia delle cose perdute, anche a causa di cambiamenti epocali non condivisi.
Il Principe Giulio Fabrizio di Lampedusa, realmente esistito, ha ispirato a Giuseppe Tomasi, del quale era bisnonno, la figura di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, che appare, nel testo narrativo, come l’ultimo rappresentante di una classe sociale destinata alla decadenza. “Ho capito benissimo, voi non volete distruggere noi, i vostri "padri". Volete soltanto prendere il nostro posto“(op. cit. pag 55)”  Tempi nuovi, ma gestibili, per chi accetta il cambiamento,.. “Bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”afferma Tancredi, nipote del Principe.  Tomasi, autore del best-seller, ripercorre, nel romanzo, un pezzo di storia della sua famiglia dall’anno 1860 al 1910. In una lettera al barone Enrico Merlo di Tagliavia, datata 30 maggio 1957, egli scrive: “È superfluo dirti che il “Principe di Salina”[…] è il mio bisnonno: ogni cosa è reale: la statura, la matematica, la falsa violenza, lo scetticismo, la moglie, la madre tedesca, il rifiuto ad essere senatore” (op. cit, pag 9)  Cugino del poeta Lucio Piccolo, Tomasi, recatosi con lui a San Pellegrino Terme in occasione di un premio letterario, viene a contatto con i poeti più significativi del tempo (anno 1954: presenti tra gli altri, Emilio Cecchi, Leonida Repaci, Ungaretti, Montale): l’occasione rafforza la sua motivazione alla scrittura. Persona colta, riservata, una vita di studi e di viaggi all’estero, egli ripercorre un intero contesto storico, scrivendo a mano, su fogli di quaderno, al tavolino di un caffè, a Palermo. L’opera, dattiloscritta viene inviata a due noti Editori, ma viene rifiutata. Tomasi, colpito da un grave male, scompare nel 1957. Nel 1958 il romanzo verrà pubblicato da Feltrinelli per interessamento di Giorgio Bassani. Da allora, “Il Gattopardo” è stato diffuso, ed è conosciuto, in ottanta Paesi del mondo: un’autentica beffa del destino.

Don Fabrizio Salina e Giuseppe Tomasi
DUE PRÌNCIPI SPERIMENTANO IL DECLINO

di Erregì

Il Principe Don Fabrizio ha il fascino di chi è orgoglioso del suo rango sociale. “…Immenso e fortissimo, la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato..Quelle dita, d’altronde, sapevano essere anche di tocco delicatissimo nel maneggiare e carezzare e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie”. E ancora: “I raggi del sole calante di quel pomeriggio di maggio accendevano il colorito roseo, il pelame color di miele del principe; denunziavano essi l’origine tedesca di sua madre. ma nel sangue di lui fermentavano altre essenze germaniche ben più incomode… di quanto potessero essere attraenti la pelle bianchissima ed i capelli biondi nell’ambiente di olivastri e di corvini”. (op. cit. pag 33) Ma non è certo il fisico a colpire il lettore. Il personaggio, autorevole, è un grande: capace di trattare con grande senso di umanità i suoi sottoposti, sorvola sulle loro scorrettezze. Sa ascoltare e farsi ascoltare. Gestisce i rapporti con alterigia, ma anche con prudenza Si allontana con la famiglia da Palermo dopo la Spedizione dei Mille, attende l’esito degli eventi, ritorna a Palermo, dove viene ufficializzato, nell’alta società, il fidanzamento di Tancredi con la bella Angelica, figlia di un parvenu. Riceve cordialmente Chevalley di Monterzuolo.
L’inviatodel “nuovo re”piemontese” offre al Principe la carica di Senatore del Regno, ma Don Fabrizio rifiuta, segnalando, invece, al suo posto, la figura di don Calogero Sedara, padre di Angelica. Saranno, dunque, i nuovi ricchi a sostituire il potere della nobiltà nel cambiamento che si è già delineato. Ma il Principe corteggia anche la morte. Nel corso di un evento mondano, un ballo in casa dei nobili Ponteleone, (dove, tra l’altro, si commenta l’episodio di Aspromonte per l’avvenuto ferimento di Garibaldi), don Fabrizio osserva la copia di un quadro di Creuze, “La morte del giusto”.

Burt Lancaster nel ruolo del Principe

Il suo sguardo azzurro diventa distaccato, perduto nel presentimento della fine. Poi Angelica lo invita a ballare. Nell’ammirazione generale, i due si abbandonano alla musica di un valzer, e tanta immagine di bellezza provoca una fitta di gelosia nel cuore di Tancredi. Nel film, la scena del ballo nella villa dei Ponteleone, è grandiosa e indimenticabile.
“Luchino Visconti, il regista, nella ricostruzione cinematografica usò la Villa Boscogrande, dove oggi si celebrano matrimoni di prestigio, con la splendida terrazza e la scalinata, i saloni e i suoi immensi giardini pieni di busti marmorei”. (da “I luoghi del Gattopardo” sito omonimo). Ma colpisce ancora di più la bellezza del paesaggio siciliano, colpiscono i colori splendidi e irripetibili della natura; persino l’aridità di alcuni percorsi, e, in qualche misura, la miseria, la povertà dei ceti più umili. Una serie di contraddizioni che nulla tolgono alle suggestioni del film. Una proiezione di 181 minuti, da vedere e rivedere, così come il romanzo si vorrebbe leggere e rileggere.



Un’immagine dal film “Il gattopardo” di Luchino Viscointi.
Da sin. Alain Delon (Tancredi), Claudia Cardinale (Angelica),
Burt Lancaster (il Principe)

Luglio 1883 – Parte settima — La morte del Principe
(op. cit.pag 235)
Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente come i granellini che si affollano e sfilano ad uno ad uno… dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia”(op. cit., pag. 235)
Don Fabrizio ha la sensazione che la clessidra presto finirà di segnare il tempo. Il suo tempo. Pagine malinconiche portano a riflessioni in cui tutti gli uomini possono sentirsi accomunati. E dopo la scomparsa del Principe, vengono descritti altri eventi, più distanti nel tempo. Si legge una data: Maggio 1910” (op. cit. pag 249) La lettura del testo perde la sua piacevolezza per la descrizione della decadenza totale, anche fisica, di quelle che un tempo erano state le belle figlie dei Salina. Ecco perché, in uno scontato, spontaneo parallelismo, il pensiero del lettore si concentra su Giuseppe Tomasi, autore del romanzo, che, consapevole della sua prossima fine, si dispone a redigere, nei minimi dettagli, con evidente lucidità, i particolari dell’evento “post-mortem” che lo riguarda. La vita, per alcuni aspetti, era stata generosa con lui. Anche lui vissuto con il titolo di “principe”, anche lui nobile, non soltanto per l’appartenenza al casato.

Luchino Visconti, regista del film“Il Gattopardo”

Sensibile, riservato, attento,interessato ai grandi eventi familiari e sociali, egli stesso un grande studioso. Forse sorpreso dalla vanità e dall’esibizionismo di poeti e scrittori riuniti a San Pellegrino Terme in quell’anno 1954, (nell’occasione, già menzionata, di un importante premio letterario, a cui Tomasi era stato presente), apre lo scrigno delle sue memorie, e abbandonato il sentimento di riservatezza e i “silenzi” a cui è incline, si serve della sua profonda cultura, associata al senso della bellezza, dell’ironia, della nobiltà della sua stirpe, per redigere in meno di un anno, il suo capolavoro. Il Gotha della cultura del tempo ignorava tutto di lui, mentre lui stesso, come Don Fabrizio Salina, si mimetizzava nella vita per corteggiare la morte.

Le orme di Tomasi, De Roberto, Pirandello
NELLA STORIA AFFASCINANTE DELLA SICILIA

di Margherita Genovese

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”. È Tancredi, nipote prediletto del principe di Salina, a pronunciare questa frase nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, mostrandosi pronto con il cinismo dei giovani a vestire i panni della modernità quando capisce che la vecchia aristocrazia terriera deve adattarsi all’avanzare di una nuova potente borghesia. Molte volte abbiamo sentito ripetere queste parole, adattate a circostanze diverse quasi sempre politiche, con l’implicito disprezzo per chi cerca di restare a galla sulla scia di mutamenti che sembrano epocali ma finiscono col perdere la loro sostanza nell’alternarsi di corsi e ricorsi storici.
Per conto mio, le parole di Tancredi sono storicamente e geograficamente collocabili e perfino giustificabili, ma non trovano riscontro, o forse è meglio dire non “possono e non devono” trovare riscontro nell’attualità socioculturale di quella terra e nelle nuove generazioni scolarizzate e globalizzate. Se per il principe di Salina “questo paesaggio ignora le vie di mezzo tra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata”;

“questo clima ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi”; e “le dominazioni straniere” hanno reso gli abitanti incapaci di modificare se stessi per cui “è il sonno che i siciliani vogliono”; se il cinismo di Tancredi è figlio di una sicilianità gattopardesca mai completamente scomparsa soprattutto nelle classi più conservatrici, oggi le istituzioni, le tante associazioni e gli stessi cittadini, che hanno sperimentato da vicino la mafia e conosciuto il valore di magistrati e di poliziotti indimenticati eroi, sono certamente lontani dal condividere parole così definitive.
La Storia della Sicilia nella sua peculiarità affascina ancora per la suggestione delle sue implicazioni romanzesche e romanzate; Tomasi di Lampedusa, Pirandello e De Roberto rimangono autori di capolavori e testimoni di un’epoca; ma la sicilianità gattopardesca è diventata ormai solo un ingrediente saporito e gustoso, pur col retrogusto amaro, di una narrativa nuova che non assolve e non dimentica, ma alimenta i valori della vita e assapora il cambiamento.

 

Nel romanzo “Il postino di Neruda”
Dal libro al film

di Erregì

“Divenir del mondo esperto” era l’ambizione del mitico Ulisse: una sfida impossibile, le Colonne d’Ercole erano insuperabili. Oggi l’uomo va alla conquista dello spazio: da lì, la Terra è un punto lontano, un piccolo corpo celeste nel sistema solare, e non si può escludere che pianeti ancora sconosciuti ruotino nell’Universo, lontani da noi anni-luce. Ma il Cile non è un Paese lontano: nel nostro mondo globalizzato tutte le destinazioni sono raggiungibili. Facciamo continui “viaggi di scoperta” dentro di noi, e fuori di noi, attraverso la scienza, la letteratura, le immagini. Nel nostro percorso “Letteratura e Cinema.
Dal romanzo al film”, ci soffermiamo qui brevemente sul testo narrativo “Il Postino di Neruda” di Antonio Skarmeta, scrittore cileno, e su alcuni contenuti del film “Il Postino”, regia di Michael Radford e Massimo Troisi.
Attori protagonisti, lo stesso Troisi, Maria Grazia Cucinotta, Philippe Noiret nei panni di Neruda. Libro e film, entrambi, arricchiscono la nostra sensibilità e la nostra cultura, ci portano a riflettere su“pezzi” del nostro mondo e della storia, ci abituano all’uso di un linguaggio non banale né povero. Anche attraverso le metafore.

 



Isla Negra (Cile)

Che cos’è esattamente la metafora?
È un traslato, un linguaggio figurato, fatto di inconsueti paragoni in cui manca il “come”:.. Antonio Skarmeta, scrittore raffinato e ironico, ne fa la celebrazione attraverso la parola del poeta Neruda, che spalanca le suggestioni della poesia al giovane “postino” Mario Jimenez .

 

“Un povero splendido poeta, il più grande e atroce dei disperati, scrisse questa profezia: “All’alba, armati di ardente pazienza, entreremo nelle città splendide”. Io credo in questa profezia di Rimbaud, il veggente. Io vengo da un’oscura provincia, da un paese che la geografia ha separato di netto dagli altri.
Fui il più derelitto dei poeti, e la mia poesia fu regionale, dolorosa e piovosa. Ma ho sempre avuto fede nell’uomo. Non ho mai perso la speranza…
l’intero avvenire è espresso nella frase di Rimbaud: “soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini. “(da “Il Postino di Neruda”, pag 94- Garzanti, 1989).
“Ardiente paciencia”, è, infatti, il titolo originale del romanzo di Antonio Skarmeta.
La pazienza “ardente” – suggerita dai versi del veggente Rimbaud - è sottolineata da Skarmeta, quando riporta nel suo romanzo il discorso di Stoccolma, in occasione del Nobel a Neruda.



Antonio Skarmeta

Una “pazienza” riferita allo stato d’animo di chi vorrebbe conquistare finalmente, per tutti gli uomini del mondo, l'ideale irrinunciabile di uno splendore che possa dissipare opprimenti tenebre.

Storia e invenzione sono spesso i due cardini su cui si sviluppano i testi narrativi.
Nel caso di Skarmeta, una felice intuizione, quella di coniugare questi due elementi:collocando gli eventi ad Isla Negra, poco distante da San Antonio, a circa trecento chilometri da Santiago.
Personaggio principale del romanzo è Mario Jimenez, giovane pescatore che non amando il suo mestiere, accetta di svolgere un modesto lavoro come postino.
Nel povero villaggio di semianalfabeti, dove Mario vive,riceve posta soltanto Neruda, che possiede una villetta a strapiombo sul mare.
Il poeta, inizialmente scorbutico con Mario, diventerà presto un mentore per il giovane postino: lo educherà alla poesia, lo incoraggerà nella storia d’amore con Beatriz, gli suggerirà le metafore più ardite.
Il romanzo descrive la vita modesta dei pescatori in un contesto che verrà sconvolto, alla fine, da eventi tragici, non del tutto nuovi per il Cile: la caduta del Presidente Allende e la dittatura di Pinochet.
Tutto si conclude con l’amarezza di Mario. Neruda, dopouna lunga assenza, ritorna ad Isla Negra, ma è gravemente ammalato. Il postino lo supplica: “Non muoia, maestro”.
Ma la “fine”, intesa in senso assoluto, è imminente.
E arriverà anche per soffocare l’anelito alla libertà del popolo cileno che dovrà subire lunghi anni di dittatura: Il filo della narrazione si sviluppa nello sfondo di una suggestiva località di mare, modesta per il tenore di vita dei pescatori, ma ricca di umanità e di valori legati alla solidarietà tra gli uomini.
La storia d’amore tra Mario e Beatriz viene rappresentatada Skarmeta con uno stile piacevole, ironico,efficace: lo scrittore si diverte, quasi, a giocare con un linguaggio talvolta minimalista, con l’ironia, e soprattutto, con le … metafore.  Come Neruda, è evidente.

 

Nel film “Il postino”
AMORE E MALINCONIA / FORTI SENTIMENTI SI ALTERNANO


Che cos’è una metafora?
(da “Il Postino di Neruda)

“Per spiegartelo più o meno confusamente, - risponde il poeta - sono modi di dire una cosa paragonandola con un’altra.. Ascolta questa poesia: “Qui, nell’Isola, il mare, e quanto mare. Esce da sé a ogni istante … Dice di sì, di no, di no. Dice di sì, in azzurro, in schiuma, in galoppo.
Dice di no, di no. Non può stare tranquillo. Mi chiamo mare, ripete appiccicandosi a una pietra senza riuscire a convincerla… Allora, con sette lingue verdi, di sette tigri verdi, di sette cani verdi, di sette mari verdi, la percorre, la bacia, la inumidisce, e si batte il petto ripetendo il suo nome”
 Fece una pausa, soddisfatto. Che te ne pare? – Strano – Strano? Sei un critico severo!. – No, don Pablo. Non è la poesia che è strana. Strano è come io mi sentivo mentre lei recitava la poesia...(op. cit., pagine 17,18). Quando Mario si innamora di Beatriz, la madre della ragazza si preoccupa: - “Non ti ho mai sentito pronunciare una parola così lunga. Che “metafore” ti ha detto?” (op. cit. pag 41) - “Mi ha detto che il mio sorriso si espande come una farfalla sul mio volto”. “E poi?” “Ha detto che il mio riso era una rosa, una lancia che si sfila, un’acqua che prorompe. Ha detto che il mio riso era un’onda d’argento repentina” (op. cit.pag 42).

Se il romanzo di Skarmeta si legge scorrevolmente, con un senso di rasserenamento, l’effetto legato alla visione del film “Il Postino”, è completamente diverso. La versione cinematografica del testo narrativo evidenzia alcune differenze rispetto al romanzo. Questo si può certamente spiegare per il fatto che la scrittura non sempre si può tradurre in immagini coerenti con il testo: il regista di un film deve necessariamente servirsi di una sceneggiatura coerente, ma autonoma. Nel caso specifico, romanzo e film non danno al lettore-spettatore le stesse sensazioni. Il film è amaro. (Ma anche nella vita, dopotutto, la felicità lascia dietro di sé una forte carica di amarezza, quando i giorni felici si allontanano e si ha la sensazione che sarà per sempre...).
Nel romanzo, lo stile, la scorrevolezza, l’ironia, l’originalità della storia- narrata in un contesto spesso legato ad eventi reali- regalano il piacere di leggere l’originalità delle metafore . Massimo Troisi ricopre il personaggio di Mario Jimenez , il postino.. Il testo si chiude con il colpo di Stato di Pinochet, la morte di Neruda e l’arresto di Mario.
Che fine farà il postino? La risposta dell’autore è ambigua. Nel film l’ambientazione, per motivi evidenti, è diversa. Le scene sono state girate in alcune isole tra le più belle d’Italia. Le Eolie, con Salina, l’isola di Procida (Napoli), sono lo scenario di una storia d’amore e di … metafore, ma il finale è inaspettato… Muore il postino. Nella finzione cinematografica, Beatriz rimarrà sola,con un bimbo, il piccolo Pablito e dopo qualche anno, lo stesso Neruda tornerà nell’isola dove Mario non c’è più. Quel che è più doloroso, a distanza di dodici giorni dall’ultimo ciak, muore l’attore Massimo Troisi, . Ecco perché la storia del film “Il postino” assume oggi, a posteriori, la fisionomia di una favola triste. Dalla prima scena all’ultima, lo spettatore è preso da due sentimenti opposti: il senso della bellezza e della gioia della vita, e il sentimento profondo di una grande malinconia.

La poesia, un’arma temibile contro l’oppressione
Pablo Neruda, il Poeta e l'Uomo

di Flavia Mesiano


Pablo Neruda

Per ripercorrere l'itinerario poetico di Pablo Neruda mi sembra efficace il ritratto di un suo grande estimatore, Federico Garcia Lorca: “Blocchi sul punto di sprofondare, poemi sostenuti sull'abisso da un filo di ragnatela, sorriso con una leggera sfumatura di giaguaro, grande mano coperta di vello che gioca delicatamente con un fazzolettino ricamato”. In questo caleidoscopio di metafore è racchiuso l'enigma Neruda e la molteplicità della sua narrazione.
Egli amava paragonare la sua poesia ad “un organismo vivente, infantile quando ero ragazzo, giovanile quando ero giovane, sconsolata quando ho sofferto, combattiva quando sono dovuto intervenire nella lotta politica. Ho sempre scritto per una necessità interiore”. (1)
E' questa la materia pregnante della sua poesia: Neruda è il cantore dell'amore, della passione, dell'eros, di tutto ciò che suscita un sentimento di connessione e felicità; ma è anche l'uomo impegnato sul piano politico e sociale, la voce dei poveri e degli emarginati, il vate della memoria, del dolore per il suo Paese, il Cile, e per l'umanità tutta.

La sua poesia si sostanzia di tutte le cose: natura, piante, cibo, animali, quotidiane gioie e tragedie, ma soprattutto amore verso l'esistenza e la libertà. Per Neruda la poesia è essenzialmente un atto di pace: “il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina”(2); da questa premessa scaturisce l'imperativo etico della militanza politica e civile del poeta, chiamato a denunciare e combattere gli oppressori, coloro che minano il dispiegarsi di una pacifica e civile convivenza.

Pertanto, lontano dalla turris eburnea di una dorata evasione, i suoi versi si tramutano nella più temibile arma contro l'oppressione. Nell'ultima lirica composta dopo il golpe di Pinochet, I satrapi, il poeta diventa la voce accorata, rabbiosa di chi vive sulla sua pelle la tragedia del popolo cileno e con essa il vuoto della sua vita e il suo epilogo.

Marchia gli usurpatori Nixon Frei, Pinochet come “iene voraci/ della nostra storia, roditori delle bandiere conquistate/ con tanto sangue e tanto fuoco (…..) satrapi mille volte venduti/ e traditori, eccitati/ dai lupi di New York/ macchine affamate di sofferenza/ macchiate dal sacrificio/ dei loro popoli martirizzati, mercanti prostitute/ del pane e dell'aria d'America/ fogne, boia, branco/ di cacicchi di lupanare, senza altra legge che la tortura/ e la fame frustrata del popolo”.

Questo legame inscindibile tra arte e vita si fonde in un interscambio di tematiche che Neruda ha saputo sublimare con acuta sensibilità e ricchezza di immagini nella sua vasta produzione poetica, tra le più autorevoli del Novecento, coronata dal conferimento del premio Nobel per la poesia, nel 1971.

Per quanto concerne il ritratto dell'uomo, emblematico é il titolo delle sue memorie “Confesso che ho vissuto”. Nel ripercorrere la sua biografia, lo inseguiamo nel suo instancabile aggirarsi nei più disparati paesi. Quasi a testimonianza di una missione da assolvere con rigore, affronta l'incarico di console in Birmania nel 1927, impegni diplomatici a Buenos Aires, è console a Madrid durante la guerra civile, in cui, come egli stesso affermò, matura la conversione all'ideologia comunista. Il suo impegno politico diviene più attivo nel suo paese dove viene eletto senatore nel 1945, durante la presidenza di Vileda; è costretto all'esilio nel 1948 per l'accusa di tradimento e affronta le tante peregrinazioni. Soggiorna anche in Italia e ispira ad Antonio Skarmeta il romanzo “Il postino di Neruda”, da cui è tratto l'omonimo film che ha riscosso tanto successo. Rientrato in Cile nel 1952, al termine della dittatura di Vileda, come esponente del partito comunista è candidato alla presidenza del Cile, nel 1970, ma appoggia la candidatura di Allende e collabora attivamente al programma di libertà ed autonomia del suo paese dai poteri forti e dall'egemonia politica ed economica statunitense.

Come egli riconobbe, in Cile “si stava costruendo, fra immense difficoltà, una società veramente giusta, elevata sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell'eroismo dei migliori abitanti del Cile. Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.(3)
Il sogno di emancipazione e riscatto del continente latino-americano guida l'impegno eroico dell'esperienza di governo di Allende, falciata dalla ferocia dei poteri forti: la democrazia viene soffocata nel sangue dal colpo di stato di Pinochet, ma l'eroica resistenza di Allende e del popolo cileno rende immortale questa pagina della storia. L'11 settembre del 1973 finisce un sogno e il 23 settembre dello stesso anno anche uno dei più grandi poeti del Novecento chiude la sua parabola terrena, non soltanto a causa della malattia che lo aveva aggredito, ma forse per una strana iniezione fatta “a sua insaputa”, come Neruda aveva confidato in punto di morte al suo autista Araya. Pertanto, anche in virtù dei dubbi sollevati dalla sua morte, è bello ricordarlo con le sue stesse parole: “Ma perché chiedo silenzio/ non crediate che io muoia:/ mi accade tutto il contrario:/ accade che sto per vivere”.

1) Intervista rilasciata a Rita Guibert, Minimum fax, 2000.
2) Pablo Neruda,Confesso che ho vissuto,
   Allende,Mondadori, 18-09-2013, Radio 3.
3) Idem, Il potere della poesia


Nella foto, Philippe Noiret e Anna Bonaiuto, (nella parte di Neruda e di Matide Urrutia, in una scena del film “Il Postino”)

Dal libro al film
di Erregi


Alessandro Baricco

In apertura del romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco, si legge: “In omnibus requiem quaesivi, et nunquam inveni, nisi in angulo cum libro” (In ogni cosa ho cercato la pace, e mai l’ho trovata, se non in un angolo, con un libro).
La citazione è suggestiva, pienamente condivisibile per chi ama la lettura.
Ma, nella ormai consolidata “civiltà delle immagini”, il testo scritto, importante veicolo nella mente di chi legge, assume nuova linfa nella versione cinematografica.
Capita, appunto, quando il libro diventa un film.
In questo spazio, riflessioni su un libro che ha ispirato un film di successo.

 

Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco (Universale Economica Feltrinelli, 1994).
Scritto in forma di monologo teatrale per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis, è stato rappresentato al Festival di Asti 1994.
Il film è “La leggenda del pianista sull’Oceano”, di Giuseppe Tornatore, uscito nel 1998. Il testo di Baricco conta 62 pagine di parole lucide come perle; il film, suggestivo, lascia un po’ di amaro in bocca, alla fine, ma consente al raziocinio di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano, di comprendere fino in fondo i sentimenti dei propri simili. La storia è raccontata, nella finzione letteraria, da un trombettista, Tim Tooney, imbarcatosi per motivi di lavoro su un piroscafo, il Virginian, dove i viaggiatori si distinguono (un po’ come accade nel viaggio della vita) in categorie separate: prima, seconda, terza classe.
In quest’ultima, viaggiano gli emigranti, sognando l’America: un desiderio di riscatto, di una svolta che possa migliorare le loro condizioni di vita.

 

 

“Ci stavamo più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi...
Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. [...] Alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... E la vedeva.
Allora si inchiodava lì, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America. (
op. citata, pag 11) Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno.
E poi ancora: “Io e la tromba. Gennaio 1927. [...]Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura... Suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede” (op. cit., pagine 13-14)

 


Dobbiamo imparare a leggere le metafore.
Non sempre si possono spiegare i sentimenti, le mentalità, le interpretazioni più diverse della vita e del mondo.
E anche la stessa esistenza umana è una nave sbattuta dall’Oceano.
Ad un certo punto, si possono fare delle scelte, anche quella di “affondare”; però la gioia consiste nell’andare avanti con i propri convincimenti.
Anche quando l’Oceano è tutto intorno e la terra è ormai un punto lontano”.
                                       (da “Talent-Scout n.13, ottobre 2007)
 

Dentro il testo

  • Uno spaccato di contesto storico del primo Novecento
  • La divisione in classi sociali, come si configura anche a bordo del piroscafo Virginian
  • L’origine del jazz, un genere musicale che avrebbe conquistato il mondo
  • Il linguaggio apparentemente rozzo, ma ricco di colore,sintetico, sbrigativo, degli uomini di bordo
  • Il fascino della musica
  • La rivalità tra musicisti e il duello singolare che si sviluppa nel salone del Virginian
  • La danza del pianoforte con l’Oceano, in un “torbido valzer”
  • La commistione tra storia e leggenda
  • L’evento della guerra, sullo sfondo
  • L’originalità della vicenda narrata
  • L’amarezza di alcune scelte di vita
  • Il valore dell’amicizia.
  • La “scoperta del mare”, nell’esperienza dell’irlandese Lynn Baster

Il Novecento, un secolo "breve"

Ma “Novecento “ è anche il nome del protagonista.
La sua storia viene raccontata, in forma di monologo, dal trombettista Tim Tooney.
Sul piroscafo Virginian, dopo l'approdo a Boston, nel salone di prima classe viene trovato, deposto in uno scatolone sul pianoforte, un neonato di una decina di giorni. ( “Quella cosa la facevano gli emigranti, di solito. Partorire di nascosto, da qualche parte del ponte, e poi lasciare lì i bambini”. Mica per cattiveria . Era miseria, quella,miseria nera. (Op. cit., pag 18 )
Il piccolo, accolto con amore dall’equipaggio, viene allevato dal vecchio Boodmann, che gli da’ il suo nome, aggiungendovi le sigle stampate sulla scatola di cartone: T.D. Limoni. Ma è un irregolare, sulla nave.
Quando il capitano decide di consegnarlo alle autorità portuali, affinché possa essere ospitato in un orfanotrofio, Novecento scompare. Diventa introvabile.
Dopo qualche tempo... meraviglia! I passeggeri del Virginian assistono allo spettacolo di un bambino che, con grande disinvoltura, suona il pianoforte in prima classe.
È lui, il ragazzino che nessuno era riuscito a trovare a bordo. Novecento, da allora in poi, vivrà per sempre sulla nave, da cui non scenderà mai più, neanche quando, il Virginian, ormai malridotto, verrà fatto saltare con una carica di dinamite.


" Un' immagine dal film"

Un testo quasi “parlato”, ricco di toni ironici e di espressioni gergali. Efficace, nella sua schiettezza.
Contenuti talvolta amari, sentimenti di solidarietà e di amicizia, in una vicenda originale collocata nel contesto storico del primo Novecento; un secolo nuovo, denso di aspettative e di speranze, di fenomeni sociali che ci fanno andare con il pensiero a talune problematiche di stretta attualità...
Ma anche un “secolo breve”, dilaniato dalle due guerre mondiali, e da conflagrazioni piccole e grandi che l’umanità irrequieta sembra non voglia smettere di alimentare: non si comprende quando gli uomini rinunceranno a interrompere la corsa al potere politico, militare, economico.
E quando finalmente riusciranno a conquistare la pace.


"Letteratura e cinema - Un Progetto dell'Associazione Culturale "Prospettive" di Reggio Calabria
 

“L’infinito”. Olio su tela, cm 50 x50. Un’opera di SIMONA FEDERICO

“Lo era davvero, il più grande. Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava... Non esisteva quella roba prima che la suonasse lui, ok? [...] Lui l’aveva una ... buona storia. Lui era la sua buona storia… Pazzesca, a ben pensarci, ma bella. E quel giorno, seduto su tutta quella dinamite, me l’ha regalata.. Perché ero il suo più grande amico,io... ma tutta quella storia, non l’ho persa… E poi ne ho fatte di fesserie, e se mi mettono a testa in giù non esce più niente dalle mie tasche, Anche la tromba mi son venduto, ma... quella storia no... quella non l’ho persa, sta ancora qui, limpida e inspiegabile, come solo era la musica quando, in mezzo all’ Oceano, la suonava il pianoforte magico di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. (op cit , pagine 17- 18)

E ancora, sulla “scoperta” del mare: “Uno che si chiamava Lynn Baster. Un contadino. Uno di quelli che vivono quarant’anni lavorando come muli, e tutto quello che hanno visto è il loro campo, e, una o due volte, la città grande....dato, però, che non se ne intendeva di strade, invece che arrivare a Londra, era finito in un paesino da nulla… dove però se continuavi sulla strada, facevi due curve e giravi dietro a una collina, d’improvviso, vedevi il mare. Non l’aveva mai visto prima, lui.
E ne era rimasto fulminato.
Diceva: È come un urlo gigantesco che grida e grida, e quello che grida è: “Banda di cornuti, la vita è una cosa immensa, lo volete capire o no? Immensa”.
(op. cit., pag 47)

Il tema del mare

Il monologo “Novecento” forse è uno dei testi più originali ed emotivamente forti nella produzione letteraria di Alessandro Baricco, che aveva già pubblicato, nel 1993, un romanzo “surreale” , “Oceano mare”.
Nella presentazione di quest’opera, curata da “La Biblioteca di Repubblica” si legge che l’autore si conferma “capace di variare all’infinito i registri della sua scrittura”.
Ma il tema del mare è sempre vincente. La storia ci insegna che molte tra le civiltà più antiche si sono incontrate, evolute e scontrate attraverso il mare, e che in tutti i tempi, “l’Oceano mare” è stato il protagonista assoluto delle vicende umane.
Miti, leggende e storia si intrecciano spesso, soprattutto sul Mediterraneo che oggi non ci racconta più i miti favolosi di Ulisse e delle sirene, ma una realtà dura, drammatica: quella delle migrazioni.
Un esodo che si potrebbe definire “biblico”.

MIGRAZIONI OGGI, UN FENOMENO EPOCALE
di Margherita Genovese


Una nota, dal sito UE
Nel momento in cui scriviamo, apprendiamo dal sito dell’Unione Europea che in data 3 febbraio 2017, a Malta, si terrà una Riunione informale dei capi di Stato o di Governo dell’UE. La riunione sarà presieduta da Donald Tusk. Il vertice informale di Malta si articolerà in due parti. In mattinata i capi di Stato o di governo affronteranno la dimensione esterna della migrazione. La sessione pomeridiana sarà l’occasione per i leader di preparare l’imminente anniversario dei Trattati di Roma che si celebrerà il 25 marzo del 2017
 


Finalmente una riunione del Consiglio europeo per discutere la propostadi creare un blocco navale davanti alle coste libiche con l’obiettivo di porre un freno all’emigrazione incontrollata che da troppo tempo e nell’inerzia generale produce dolore e morte nel Mediterraneo e paura e disordini sociali nel nostro continente. Una possibile soluzione a un fenomeno epocale che non può essere fermato ma di certo può essere regolamentato.
È stato Trump con i suoi muri e le sue accuse a spingere i burocrati europei verso la consapevolezza di non avere più alibi nella ricerca di nuove strategie per il più grande problema di questi tempi?
Oppure è stata la pericolosa esplosione di movimenti antieuropei e xenofobi forti di consensi sempre più ampi alle prossime elezioni nei principali Paesi dell’Unione?
Qualunque sia stata la spinta politica, semplicemente elettorale o responsabilmente socioeconomica, ci auguriamo che in quella data si possa delineare un comune progetto di reale controllo e prudente respingimento, per poter contrapporre i nostri valori alle chiusure di Trump e poter aprire a un’accoglienza gestibile, legale, foriera di sviluppi positivi per chi cerca una nuova vita e per chi non vuole negarla a nessuno.
 

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