Un estratto del saggio "Soli Soli Soli"

La solitudine come richiamo alla meditazione

di Pasquale Romeo

 

Con una Prefazione a cura di  Pino Rotta, noto Sociologo, e un’Introduzione dello stesso autore, il Saggio intitolato “Soli Soli Soli” di Pasquale Romeo – Ed. Culture, 2004, è una trattazione scientifica del tema della solitudine, intesa non come elemento che intristisce e depaupera  l’individuo, ma come spazio da dedicare alla meditazione, come opportunità di arricchimento interiore. Qui, una sintesi curata dallo stesso autore e alcuni stralci dall’opera.

 

Alcuni stralci …

“Se è possibile fare quello che dice Tibullo, “Sii una folla per te stesso”, allora è possibile anche stare con gli altri, essendo soli. Certo, però, vi è la tendenza abituale a demonizzare la condizione dell’essere solo. In questi anni fatti di discoteche, pub con musiche ad alto volume, televisioni e tutto ciò che la tecnologia ci ha donato, la solitudine è come un’arpia di cui non vogliamo sentire il grido. Se andate in una sala giochi, l’atmosfera che trovate non è forse quella di una grande solitudine che però viene vinta con l’ausilio dei giochi elettronici?” (pag. 30)

“E’ difficile sopportare i lunghi silenzi […] in quello stato di trepidazione si aspetta qualcuno o qualcosa, si aspetta Godot come nella famosa pièce di Samuel Beckett …” (pag. 65)

"Per concordare o discordare da Montaigne, è giusto preservarsi un retrobottega tutto oscuro, cioè un laboratorio di se stessi" (pag. 25)

 

“Era la sensazione di qualcosa di diverso da me stesso: quasi  un soffio che spirasse dal grande mondo delle stelle e dallo spazio infinito come uno spirito invisibile”.

Questa frase di Jung ci fa per un attimo pensare a qualcosa di diverso  da noi stessi, che si differenzia dal mondo usuale delle cose, un mondo che potrebbe non  essere  quello di uno spazio finito, dove  i  pensieri possono spostarsi   dalla dimensione  delle cose visibili a quella delle cose invisibili.


I quadri di Magritte, come quelli di Dalì,  rendono visivamente ciò che  Jung suggerisce con le parole:  un esempio rapido ed immediato di ciò che è invisibile nella vita quotidiana, che esemplifica sapientemente ciò che si può vedere, da ciò che è  sicuramente impossibile osservare: un limite del nostro occhio che può essere sostituito dalla nostra immaginazione.


Come su uno schermo  dove si proietta un nuovo film, così è più facile attribuire al mondo delle stelle e dello spazio infinito, cioè ad un mondo che materialmente per l’uomo è irraggiungibile, ciò che non è possibile vedere, ciò che è nascosto, al di là del visibile.


Potrebbe trattarsi di  un soffio che come una folata di vento ci arreca la diversità; un quid impercettibile che ci conduce lontano dalla vita di tutti giorni, facendoci immaginare il futuro in maniera allucinatoria.
 Hilmann, pur sempre junghiano, per esprimere la nostra unicità, parla di daimon secondo la tradizione socratica, ovvero di anima, di destino. Il daimon fa pensare immediatamente ad  un mondo che non sembra appartenerci, lontano e nello stesso tempo vicino.


In tale mondo sembra esistere la nostra individualità; uno spazio a cui si può accedere tramite il silenzio, la meditazione e quindi la solitudine, uno strumento del tutto umano che l’uomo utilizza per grandi opere d’ingegno, ed a volte per grandi malefatte.


Questo scritto, dunque, intende collocarsi in uno spazio che non è quello ordinario, fatto di orari, luoghi, materialità, bensì quello colto nella luce dello spirito.La strada che porta a quel luogo, secondo una frase buddista, è quella di mezzo, una strada “tra pruni e sterpi”, alla ricerca dell’afflato di crescita umana e spirituale.Lungo questa strada, si sostituisce pian piano alla confusione il religioso silenzio, alla velocità la lentezza, al normale tran tran una nuova apertura,  esprimendo così tutto ciò che sta in mezzo e, a volte, si fa una certa  fatica a considerare. La confusione potrebbe avere un valore se la intendiamo, sul piano letterale, nel senso delle cose che si fondono insieme, quindi come un momento di rielaborazione, di stordimento intellettuale, di incubazione prima della scoperta, alla ricerca perciò di un momento nuovo contro il rumore di fondo con cui la vita ordinaria ci assale.

 

A questo proposito, Milan Kundera in uno dei suoi scritti racconta  la scelta di chi preferisce dormire sul treno, per il rumore monotono e rassicurante che ne proviene, piuttosto che a casa, dove  i rumori delle auto risultano insopportabili.


Naturalmente, questa appare un’iperbole, specie nella nostra epoca in cui i “cavalli di ferro”,  le automobili, sono ormai divenute  protesi del corpo umano. Se un tempo  un piccolo rumore era un assalto alla serenità, ora, viceversa, un “piccolo silenzio” rappresenta un assalto al normale rumore.


Ecco perché la solitudine è vista in modo positivo, come  richiamo  al pensiero ed alla meditazione.

Pasquale Romeo

e-mail: lilloromeo@virgilio.it