Don Fabrizio Salina e Giuseppe Tomasi

Due Prìncipi sperimentano il declino

Un’immagine dal film “Il gattopardo” di Luchino Visconti. Da sin. Alain Delon (Tancredi), Claudia Cardinale (Angelica), Burt Lancaster (il Principe)

Il Principe Don Fabrizio ha il fascino di chi è orgoglioso del suo rango sociale.

“…Immenso e fortissimo, la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato… Quelle dita, d’altronde, sapevano essere anche di tocco delicatissimo nel maneggiare e carezzare e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie”. E ancora: “I raggi del sole calante di quel pomeriggio di maggio accendevano il colorito roseo, il pelame color di miele del principe; denunziavano essi l’origine tedesca di sua madre. ma nel sangue di lui fermentavano altre essenze germaniche ben più incomode… di quanto potessero essere attraenti la pelle bianchissima ed i capelli biondi nell’ambiente di olivastri e di corvini”. (op. cit. pag 33)

Ma non è certo il fisico a colpire il lettore. Il personaggio, autorevole, è un grande: capace di trattare con grande senso di umanità i suoi sottoposti, sorvola sulle loro scorrettezze. Sa ascoltare e farsi ascoltare. Gestisce i rapporti con alterigia, ma anche con prudenza Si allontana con la famiglia da Palermo dopo la Spedizione dei Mille, attende l’esito degli eventi, ritorna a Palermo, dove viene ufficializzato, nell’alta società, il fidanzamento di Tancredi con la bella Angelica, figlia di un parvenu. Riceve cordialmente Chevalley di Monterzuolo.

L’inviato del “nuovo re piemontese” offre al Principe la carica di Senatore del Regno, ma Don Fabrizio rifiuta, segnalando, invece, al suo posto, la figura di don Calogero Sedara, padre di Angelica. Saranno, dunque, i nuovi ricchi a sostituire il potere della nobiltà nel cambiamento che si è già delineato. Ma il Principe corteggia anche la morte. Nel corso di un evento mondano, un ballo in casa dei nobili Ponteleone, (dove, tra l’altro, si commenta l’episodio di Aspromonte per l’avvenuto ferimento di Garibaldi), don Fabrizio osserva la copia di un quadro di Creuze, “La morte del giusto”.

Burt Lancaster nel ruolo del Principe

Il suo sguardo azzurro diventa distaccato, perduto nel presentimento della fine. Poi Angelica lo invita a ballare. Nell’ammirazione generale, i due si abbandonano alla musica di un valzer, e tanta immagine di bellezza provoca una fitta di gelosia nel cuore di Tancredi. Nel film, la scena del ballo nella villa dei Ponteleone, è grandiosa e indimenticabile.
“Luchino Visconti, il regista, nella ricostruzione cinematografica usò la Villa Boscogrande, dove oggi si celebrano matrimoni di prestigio, con la splendida terrazza e la scalinata, i saloni e i suoi immensi giardini pieni di busti marmorei”. (da “I luoghi del Gattopardo” sito omonimo). Ma colpisce ancora di più la bellezza del paesaggio siciliano, colpiscono i colori splendidi e irripetibili della natura; persino l’aridità di alcuni percorsi, e, in qualche misura, la miseria, la povertà dei ceti più umili. Una serie di contraddizioni che nulla tolgono alle suggestioni del film. Una proiezione di 181 minuti, da vedere e rivedere, così come il romanzo si vorrebbe leggere e rileggere.

 

Luglio 1883 – Parte settima – La morte del Principe
(op. cit.pag 235)
“Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente come i granellini che si affollano e sfilano ad uno ad uno… dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia”(op. cit., pag. 235)

Don Fabrizio ha la sensazione che la clessidra presto finirà di segnare il tempo. Il suo tempo. Pagine malinconiche portano a riflessioni in cui tutti gli uomini possono sentirsi accomunati. E dopo la scomparsa del Principe, vengono descritti altri eventi, più distanti nel tempo. Si legge una data: Maggio 1910” (op. cit. pag 249)

La lettura del testo perde la sua piacevolezza per la descrizione della decadenza totale, anche fisica, di quelle che un tempo erano state le belle figlie dei Salina. Ecco perché, in uno scontato, spontaneo parallelismo, il pensiero del lettore si concentra su Giuseppe Tomasi, autore del romanzo, che, consapevole della sua prossima fine, si dispone a redigere, nei minimi dettagli, con evidente lucidità, i particolari dell’evento “post-mortem” che lo riguarda. La vita, per alcuni aspetti, era stata generosa con lui. Anche lui vissuto con il titolo di “principe”, anche lui nobile, non soltanto per l’appartenenza al casato.

Luchino Visconti, regista del film “Il Gattopardo”

Sensibile, riservato, attento,interessato ai grandi eventi familiari e sociali, egli stesso un grande studioso. Forse sorpreso dalla vanità e dall’esibizionismo di poeti e scrittori riuniti a San Pellegrino Terme in quell’anno 1954, (nell’occasione, già menzionata, di un importante premio letterario, a cui Tomasi era stato presente), apre lo scrigno delle sue memorie, e abbandonato il sentimento di riservatezza e i “silenzi” a cui è incline, si serve della sua profonda cultura, associata al senso della bellezza, dell’ironia, della nobiltà della sua stirpe, per redigere in meno di un anno, il suo capolavoro. Il Gotha della cultura del tempo ignorava tutto di lui, mentre lui stesso, come Don Fabrizio Salina, si mimetizzava nella vita per corteggiare la morte.