Tra i big della letteratura, incontri ed abbandoni

Amori senza Amore

Amori senza AmoreUn percorso su poeti e scrittori della nostra letteratura, con l’obiettivo di aprire scenari intriganti sulla loro creatività e sulla loro vita.
Un’idea nata dalla lettura di un’opera interessante, curata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: “ITALIANE” in tre volumi, a cura di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia.
Dipartimento per le Pari Opportunità – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria
Roma, 2004

 

Presentazione

Si può parlare di “amori senza amore”? Il gioco dei sentimenti presenta aspetti talvolta rassicuranti, talaltra deludenti. L’amore sa costruire, ma può distruggere, quando è turbinoso, infedele, irrequieto: può durare tutta la vita o finire miseramente.

Nel gioco delle coppie questo sentimento è visto talvolta con la lente del provvisorio, ma bisogna anche rendersi conto che la provvisorietà è una caratteristica imprescindibile dell’esistenza umana.

Qui segue una delle storie di amore-non amore, ritenuta intrigante – ma anche, in qualche modo, patetica, per la notorietà – consolidatasi nel tempo – dei personaggi che l’hanno vissuta.


 

Il Meleto
Sentimenti unilaterali

Due giovani si incontrano. Appartengono a famiglie borghesi di una certa agiatezza, entrambi frequentano la società colta del tempo ed amano la poesia. Lui è un giovane galante, ma scettico e disincantato. Pronto alle sollecitazioni culturali del suo tempo, osserva il mondo con un atteggiamento ironico, quasi di distacco. Si cimenta nella produzione di versi. Ha molti amici, sia nell’ambiente universitario che fuori dall’Ateneo. Iscritto a Giurisprudenza, preferisce seguire le lezioni tenute alla Facoltà di Lettere da Arturo Graf.

Lei, pur non essendo particolarmente bella, ha il fascino dell’intellettuale, ha già cominciato a pubblicare delle raccolte poetiche di un certo interesse. I primi incontri dei due giovani sono prevalentemente epistolari, contraddistinti da complimenti galanti ed ammirazione reciproca. Seguono rapporti più ravvicinati, che hanno la connotazione dell’amore, ma si rivelano aleatori: dopo una breve relazione, tutto finisce.

I nomi dei due poeti: Amalia Guglielminetti (Torino, 1881-Roma, 1941) e Guido Gozzano (Torino, 1883-Torino, 1916)

 

L’ambiente culturale nella società del tempo…

“Torino era nel primo decennio del Novecento la capitale italiana dell’emancipazione femminile quantificabile: vantava il numero più alto di laureate, di professoresse, di medichesse. Altre libertà femminili erano meno visibili. Norme consolidate impedivano alle signorine di scrivere agli uomini lettere con sincero vigore sentimentale… È difficile dire se fosse d’avanguardia la libertà epistolare di un’Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano”.

(di Michela de Giorgio, in “Italiane”, volume I. pag.106. Anno 2004)

 

…e la solitudine della Guglielminetti

Antesignana in poesia e nella vita, di famiglia borghese, come Gozzano, coniò per se stessa un verso ripreso da una sua composizione poetica “…ella è pur sempre quella che va sola”. Nonostante la frequenza dei rapporti sociali da lei coltivati nella Torino di inizio secolo, la giovane donna, nell’età in cui si sogna l’amore, andò incontro ad una delusione che condizionò tutta la sua vita. Una delusione che non fu l’unica.

Infatti, ad un’età molto più matura, la poetessa allacciò un rapporto con Dino Segre, in arte Pitigrilli, un personaggio discutibile… Tra i due ci furono dei forti contrasti, che si conclusero con accese polemiche in tribunale, e amareggiarono tanto profondamente la poetessa, da causarle una crisi psicologica ed esistenziale.


Il Buon Compagno
di Guido Gozzano

Non fu l’amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno… E l’atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto,
non udii che quell’arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.

 E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero;
amor non lega troppo eguali tempre.

 Scenda l’oblio immuni da languori,
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.

 

Un sonetto, ben costruito, che appare come un alibi.

Composto tra il 1908 e il 1909, fu dedicato ad Amalia Guglielminetti, definita da Gozzano “il buon compagno”. Non esiste nulla di più spiacevole, per una donna innamorata, che essere considerata “un compagno”. Crudo nella sua sincerità il testo- scaturito dall’atteggiamento buonista – e in qualche misura indifferente del poeta, (la realtà gli scivolava addosso), incurante della sensibilità femminile,– non fece che aumentare notevolmente l’amarezza, la delusione, il sentimento di sconfitta della donna, che avrebbe voluto costruire un rapporto solido e definitivo, di amore, e non certo di amicizia.


I toni e i colori del crepuscolo

Intanto, però, Gozzano (quello che fingo d’essere e non sono) allontanatosi dall’intellettuale gemebonda che lo aveva amato, si lasciava sfuggire la concreta adesione alla vita. “Il suo atteggiamento consapevolmente ironico, si distaccava definitivamente dalle prime influenze dannunziane. (Guglielmino): il tono oratorio e altisonante del poeta abruzzese poteva riuscire a entusiasmare, ad esaltare gli stati d’animo delle sfere sociali acculturate, forse irrequiete e inclini alla violenza, mentre la lettura della poesia di Gozzano, provinciale e dimessa, muove tuttora sensazioni e sentimenti che emozionano.

Definita “poesia crepuscolare” lascia intravedere colori attenuati, scenari e ambienti inediti. Il salotto di nonna Speranza, le cose di pessimo gusto, la villa di Agliè, la signorina Felicita, entrano nell’immaginario collettivo come il contraltare della retorica dannunziana, che mette in primo piano, nella vita, donne belle e fatali.

Per “La signorina Felicita”, descritta dal poeta con adesione ma anche con distacco, versi spietatamente sinceri: “Sei quasi brutta, priva di lusinga // nelle tue vesti quasi campagnole/ …ma la tua faccia buona e casalinga,/i bei capelli di color di sole//attorti in minutissime trecciole/ ti fanno un tipo di beltà fiamminga…”

Quante donne, oggi, vorrebbero essere descritte così?